Didattica >> Il nostro stile
“Un aiuto concreto per il successo formativo”
Metodo e strumentiPer metodo intendiamo un insieme di regole che governa la pratica di un’arte (dal dizionario Petit Robert), una ben determinata via da seguire per raggiungere un obiettivo, perseguire uno scopo, ottenere un certo fine (etimologicamente, dal greco, significa “via attraverso”).
Un metodo è soprattutto un modo di fare che tiene conto di presupposti, finalità, valori, obiettivi, attività e vincoli; fornisce all’operatore una modalità per perseguirli, per lavorare seguendo alcuni principi e con un certo ordine (Alberto Comerio, docente di metodologia della ricerca sociale).
Gli strumenti sono al servizio del metodo, del modello e non hanno quindi senso, se fini a se stessi. Il nostro metodo ha dunque un senso e si esplicita attraverso alcuni presupposti: è essenziale dunque conoscere la nostra idea di educazione (1), di formazione (2), di orientamento (3). Sapere che cosa è l’apprendimento, che cosa la motivazione e come si agisce per raggiungere il primo attraverso la sollecitazione della seconda. Avere una chiara idea di che cosa entra in gioco nel soggetto che apprende (4) e nel soggetto che forma (5), e quali sono le caratteristiche del formatore.
Manca ancora da precisare quali sono gli strumenti che ci permettono di realizzare un’attività connotata di volta in volta come formativo/educativa e orientativo/educativa, in cui le azioni, le parole, le attenzioni sono scelte in maniera intenzionale per accompagnare il soggetto verso quella forma che più si avvicina al vero sé, che lo fa stare meglio con sé e con gli altri al di là di condizionamenti e vincoli.
Noi crediamo che gli unici strumenti di cui si può servire un operatore della formazione che lavori secondo un’intenzionalità educativa siano l’ascolto, l’osservazione, la formulazione e la verifica di ipotesi. Solo essi infatti ci possono indicare quali sono i bisogni, i desideri, le difese, le dimensioni, implicati nei processi di apprendimento e scelta, quali siano da toccare e quali da sedare perché il soggetto possa essere libero di formarsi, ed in quale modo agire.
(1) Formazione e orientamento come educazione
Quale idea di educazione è alla base del nostro itinerario?
Lavorando con educatori, formatori, insegnanti e genitori ci siamo trovati spesso di fronte ad atteggiamenti pericolosi che potremmo racchiudere in due filoni. Da un lato una sensazione di passività, come fossimo in balia degli avvenimenti. Si dice: “oggi formare/educare è molto più impegnativo di un tempo, che i ragazzi, i giovani, i bambini, sono più svegli, più esperti, hanno più problemi”. E si finisce con l’imparare da loro più che insegnare loro qualcosa. Dall’altro lato un malinteso senso di libertà conquistata: la convinzione di essersi scrollati di dosso retaggi educativi inadeguati porta a dire, come affermazione che ha una pretesa di principio, che “educare oggi è soprattutto non imporre, non condizionare, non limitare; insomma è soprattutto un non ripetere errori passati di cui ci si è sentiti vittime”.
Il risultato questi atteggiamenti finisce con l’essere identico: l’assenza di una proposta di valore. Noi vogliamo partire invece da una pretesa: per noi, come per lo Jungmann, educazione è “eine Einführung in die Gesamtwirklichkeit”, cioè “introduzione alla realtà totale”. Noi concepiamo l’educazione e, di conseguenza, la formazione come lo sviluppo di tutte le strutture e dimensioni possibili di un individuo fino alla loro realizzazione integrale, e nello stesso tempo, l’affermazione di tutte le possibilità di connessione di quelle dimensioni con tutta la realtà. Consiste quindi nell’introdurre il ragazzo alla conoscenza del reale, di ciò che è autenticamente vero, precisando e svolgendo questa originale visione. Essa ha così l’inestimabile pregio di condurre l’adolescente alla certezza dell’esistenza di un significato delle cose e della possibilità di soddisfare le esigenze di autenticità, unità, verità, bellezza, che costituiscono il motore l’umana esistenza. Tale opera non è affatto semplice in quanto tutti noi, formatori, educatori, adolescenti siamo vittime di preconcetti, presunzioni, illusione di efficacia e condizionamenti, fattori che, se da una parte ostacolano l’introduzione alla realtà e al vero, sono segnali preziosi su cui sia il docente che il discente possono lavorare per raggiungere un maggior grado di libertà.
(2) Formazione e approccio orientativo-educativo
Aiutare a raggiungere una “forma diversa”
Possiamo definire “attività di formazione” quelle azioni finalizzate ed intenzionali che hanno come obiettivo il portare i partecipanti ad un accrescimento di competenze. L’operatore della formazione costruisce e gestisce un percorso attraverso cui una o più persone possono (se vogliono, se si attivano) raggiungere una forma nuova, diversa da quella con cui erano partiti. È evidente come queste definizioni si ricolleghino a quella di orientamento (il punto 3). Le due attività per noi non si differenziano nella finalità generale o nel modo in cui vengono svolte, dato che entrambe vanno riportate alla medesima idea di educazione, ma nei contenuti, negli obiettivi specifici e nelle specifiche azioni formative che consistono nell’apprendimento di uno o più saperi o competenze (vedi il punto 1).
Peraltro già a livello istituzionale le finalità formative della scuola vanno in questa direzione: la scuola media già alla sua istituzione si caratterizza, a livello legislativo, per la sua qualità orientativa, intesa come intervento formativo/educativo finalizzato ad accrescere le capacità di scelta e di decisione degli alunni, nel rispetto dell’individualità della persona (D.M. 9/2/1979). Con la nuova riforma, nel primo triennio del ciclo secondario, si parla di valenza orientativa delle discipline e di didattica orientativa.
(3) Orientamento come processo formativo
Volgersi verso oriente, punto in cui sorge il sole!
Se pensiamo da non addetti ai lavori al termine “orientamento”, probabilmente siamo portati a cogliere in esso l’idea del volgersi verso oriente, punto in cui sorge il sole, e ad associarlo all’azione di individuare la posizione in cui ci si trova, quella che si vuole raggiungere, e il percorso migliore da intraprendere per raggiungerla. Nell’orientamento è dunque implicita un’idea di movimento, di processo, di passaggio da una posizione ad un’altra, diversa da quella di partenza. Ma come fare a orientarsi e a raggiungere la meta che veramente si desidera?
Reinhold Messner ha raccontato in una intervista che prima di effettuare ogni scalata ricostruisce mentalmente, nei minimi particolari, la meta che vuole raggiungere, e da questa visualizzazione parte per capire di quale allenamento ed equipaggiamento avrà bisogno e quale sarà il tragitto che dovrà compiere. Allo stesso modo, per orientarci, anche noi dobbiamo avere chiaro quale punto di arrivo e quale forma vogliamo raggiungere, e quindi anche da quale forma partiamo, per poter in seguito definire attraverso quali strade e grazie a quali mezzi possiamo arrivarci.
Se tutto ciò appare semplice quando si tratta di definire un itinerario in senso proprio, le cose si complicano quando ad orientarsi è l’essere umano che si volge verso le sue mete di vita, siano esse l’apprendere in modo efficace e soddisfacente, l’inserimento o ri-orientamento lavorativo, la scelta scolastica o professionale, il sostegno in una fase di transizione vitale…
I fattori che entrano in gioco sono qui molteplici e hanno a che fare, oltre che con la complessità del reale, con quella propria dell’uomo: interessi, capacità, attitudini, l’immagine di se stessi (autostima), ciò che ci muove (motivazione), la percezione e la capacità di incidere sulla realtà e di saper utilizzare le proprie competenze (autoefficacia e stili di attribuzione), le prefigurazioni sul futuro, la sfera valoriale, la capacità di prendere decisioni tenendo presente anche i vincoli e i criteri personali. Soprattutto, entra in gioco quella limitatezza intrinseca che rende difficile all’uomo il contatto con l’autentico sé e con la vera realtà (vedi 1). Per questo è spesso necessario che chi compie questo percorso venga accompagnato, sostenuto e aiutato da qualcuno che grazie alla sua esperienza profonda in ciò che è intrinsecamente umano può aiutare a identificare o addirittura indicare la posizione di partenza e, soprattutto, quella di arrivo, e i mezzi per raggiungerla: e questo è chiaramente un intervento educativo/formativo (inteso come un “e-ducere”, tirar fuori per “dare forma”).
L’azione orientativa richiede quindi di essere sottesa e animata da un forte agire educativo e da intenzionalità, affinché sia significativa per il soggetto. Soprattutto richiede di essere esplicitata come tale: non è un’attività di terapia, psicoterapia, animazione o auto-aiuto, e questo deve essere chiaro sia a chi la propone sia a chi ne usufruisce, perché possa veramente attivarsi e diventarne protagonista.
(4) Utente come soggetto pluridimensionale
Un soggetto di valore… come l’operatore!
Ogni giovane in formazione è unico, irripetibile, portatore di valore. Questo è ben risaputo dal formatore, se vero esperto di umanità, perché tale è egli stesso: non provate piacere anche voi per esempio quando qualcuno appena conosciuto si ricorda il vostro nome o quando gli insegnanti vi hanno chiamato per nome, ricordandoselo? Al contrario, pensate invece alla delusione che si prova nel sentirsi chiamare con un nome sbagliato.
Non si tratta di dare ascolto alla nostra vanità o a quella degli adolescenti con cui operiamo, ma di sapere che in ognuna delle persone che incontriamo, indipendentemente dall’età, dal sesso, dal titolo di studio o dal ruolo professionale, è presente una complessità di attitudini, desideri, capacità, qualità, difetti, limiti, potenzialità ecc., che rendono quella persona un individuo, un soggetto unico, diverso da ogni altro. Senza scomodare la maieutica socratica, possiamo dire che l’educatore/formatore contribuisce sì attraverso il suo operato a portare l’utente ad una forma diversa, nuova, ma partendo da una formagià esistente (vedi 2 e 3), forma che è data dalle diverse interazioni, sovrapposizioni, valorizzazioni degli elementi che noi raggruppiamo per semplificare in cinque dimensioni: quella cognitiva, quella emotivo/affettiva, quella relazionale, quella fisica, quella spirituale/valoriale.
Non solo, perché questo percorso di formazione raggiunga il suo obiettivo occorre che la presenza e la volontà, nonché l’energia dell’utente siano attive e partecipi: l’utente è dunque soggetto in formazione, non oggetto! Piuttosto, può essere importante e necessario che questa voglia, questa energia venga sollecitata “ad arte” dall’operatore della formazione, ma questo è proprio uno dei suoi compiti.
(5) Formatore come esperto di umanità
“Sono un essere umano: ritengo che nulla che sia umano sia a me estraneo”, Terenzio
Il formatore/educatore cerca di sviluppare le competenzedellepersone, ma prioritariamente è impegnato con la propria umanità, con la propria vita. Non con alcuni elementi della propria vita, come la professione, la famiglia, la politica o la religione, ma “totalmente” con la vita. Il che sta a significare che si gioca con grande sensibilità nella ricerca di autenticità, verità e valore di tutti gli elementi della realtà.
Questa è la condizione fondamentale per individuare chi è educatore/formatore, più che il possesso di tutte le necessarie competenze. Educatore/formatore è chi in prima persona ricerca la possibilità di soluzione delle sue umane esigenze, che è certo di un significato delle cose e della possibilità di soddisfare i desideri di autenticità, verità, unità… In tal senso l’educatore è soprattutto colui che invita il ragazzo a trovare la strada della totale soddisfazione personale.

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